Una volta al potere, Ashoka continuò a espandere l’impero verso sud. Tuttavia, una delle sue campagne militari più note e devastanti fu la conquista di Kalinga, situata nel sud-est del subcontinente indiano. La guerra di Kalinga fu particolarmente sanguinosa e riempì Ashoka di rimorso per la sofferenza inflitta. Questo senso di colpa lo portò a una svolta significativa nella sua vita e nel suo regno.
Dopo la guerra di Kalinga, Ashoka si convertì al Buddhismo, abbandonando il Vedic Hinduism. Rinunciò alla guerra come strumento politico e promosse una politica di nonviolenza. Divenne vegetariano, vietò l’uccisione di determinati animali e scoraggiò la caccia, incoraggiando invece i suoi sudditi a intraprendere pellegrinaggi spirituali. Ashoka costruì numerosi santuari nei luoghi legati alla vita del Buddha e si impegnò a sostenere tutte le religioni e le persone pie, dimostrando un rispetto interreligioso raro per l’epoca.
Un altro aspetto notevole del suo regno fu la promozione del Buddhismo oltre i confini dell’India. Il figlio e la figlia di Ashoka divennero missionari buddhisti nello Sri Lanka, portando con sé non solo la religione, ma anche le conoscenze tecniche e artistiche avanzate dell’India.
Intorno al 240 a.C., Ashoka convocò il Terzo Concilio Buddhista nella sua capitale, Pataliputra (attuale Patna), per consolidare i canoni buddhisti e affrontare le divergenze tra i vari ordini monastici. Questo concilio rappresentò un momento cruciale per il consolidamento della dottrina buddhista e la sua diffusione in tutta l’Asia.
Gran parte di ciò che sappiamo sulla personalità e sulla politica di Ashoka proviene dai suoi editti, ossia iscrizioni incise su pilastri di pietra e su rocce sparse in tutto il suo impero. Ashoka ordinò che queste iscrizioni fossero lette periodicamente ai cittadini dai suoi funzionari, come strumenti di istruzione morale e politica. Gli editti erano scritti principalmente in Brahmi, un antico alfabeto che è il precursore del moderno hindi, ma in alcune regioni furono utilizzate altre lingue locali.
Sono sopravvissuti dieci pilastri incisi, ognuno adornato con animali simbolici associati al Buddhismo. Il più famoso di questi è il pilastro con i leoni, che rappresenta l’insegnamento del Buddha, simboleggiato dal ruggito del leone che si diffonde in tutto il mondo. Questo simbolo è diventato l’emblema dell’India moderna, insieme alla ruota del dharma presente sullo stesso pilastro.
Uno degli editti più celebri di Ashoka recita: “In ogni momento, che io stia mangiando o mi trovi negli appartamenti delle donne… ovunque ci sono messaggeri affinché mi informino sugli affari del popolo… perché considero il benessere del popolo come il mio principale dovere.” Questa dichiarazione mostra quanto Ashoka si considerasse un sovrano attento ai bisogni del suo popolo.
Ashoka ammorbidì molte delle leggi contro i criminali, pur mantenendo la pena di morte. In aggiunta, esortava i suoi sudditi a praticare la virtù, ad essere onesti, a rispettare i genitori e a essere generosi verso i servi. Proibì alcuni intrattenimenti considerati immorali e nominò ufficiali incaricati di vigilare sulla morale pubblica e sul comportamento degli stessi funzionari, autorizzandoli persino a monitorare le case dei suoi parenti.
Non si sa molto degli ultimi anni di Ashoka, né è chiaro chi lo succedette al trono. Alcune fonti suggeriscono che Ashoka fu deposto intorno al 232 a.C. In ogni caso, dopo la sua morte, l’Impero Maurya cadde rapidamente in declino e collassò in breve tempo.
Ashoka è celebrato come un sovrano eccezionale e un grande uomo di pace e saggezza. La sua influenza sulla storia indiana e mondiale è profonda, tanto che l’India moderna ha adottato il simbolo dei leoni del pilastro di Ashoka e la ruota del dharma come emblemi nazionali. La sua opera e i suoi editti restano testimonianze della sua visione di un governo fondato sui valori morali e religiosi, contribuendo a farne uno dei sovrani più illuminati della storia.